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Black Manifesto

Il cult di Spike Lee è la dimostrazione di come il cinema americano nasca anche dal contrasto. Un contrasto, però, che rischia di portare alla rottura definitiva.

Trenta motivi, curiosità e scelte che vi faranno capire come il cult di Spike Lee, dopo tre decenni, resista al passare dei tempi e delle generazioni ed è ancora così attuale per temi e personaggi trattati. Ma soprattutto come mai, a distanza di anni, sia stato così determinante per la formazione della cultura americana di oggi – continuamente condizionata dalla comunità afroamericana: dalle scelte e dalla storia che questa ha subito. In un processo creativo che dal blues cantato nei campi di cotone al cinema attuale – che tramuta qualsiasi forma di sofferenza in arte – sembra del tutto ininterrotto. 

 

 

Il titolo del film

All’inizio Lee aveva pensato di chiamare il film Heatwave (“ondata di caldo”). Il motivo è piuttosto evidente. Il caldo che imperversa per tutto il film a Brooklyn e il fatto che gli animi dei protagonisti, apparentemente calmi, si scaldino per via della temperatura. Diventò Do the right thing, quando sentì la storia di quattro ragazzi neri che furono picchiati e uno di loro morì dopo un diverbio iniziato in una pizzeria di Howard Beach, nel Queens, che era gestita da italoamericani. 

 

Fight the power

Come preludio al film e ai temi che verranno affrontati Spike Lee compie una scelta precisa: pone al centro della scena una ragazza, Rosie Perez, che attraverso una danza urbana ma al tempo spesso evocativa, richiama il senso e la ricerca dell’unico grande desiderio della comunità afro americana: la libertà di espressione e di emergere, dal punto di vista cultura e artistico. 

 

Fight the power 2.0

La canzone dei Public Enemy, scelta come colonna sonora al film, è l’affermazione a ritmo rap di una serie di contrasti e problematiche di discriminazione che la comunità black di New York avvertiva forte, nonostante fossero ormai lontani gli anni dell’apartheid; altro capolavoro di musica rap di quell’epoca, destinato a scoperchiare il vaso di Pandora del fallimento dell’integrazione sociale, è il disco Run DMC, “Raising Hell”, punta dell’iceberg di una tipologia musicale destinata a dominare le classifiche commerciali grazie a testi di forte impatto politico e sociale. 

 

Fight the power 3.0

Spike Lee scelse la protagonista vedendola ballare in bar e la ritenne perfetta per il ruolo e per la scena di apertura, ispirata dalla canzone dei già citati Public Enemy. 

 

Il colore del giorno è il nero

Uno straripante Samuel L. Jackson, in arte Mister Senor Love Daddy, apre la giornata alla sua radio We Love FM con una frase che sembra casuale ma casuale non è: “il nero sarà davvero il colore del giorno…”

 

https://www.youtube.com/watch?v=wCL3OtOzYuQ

 

 

Bedford it’s so hot!

Il quartiere, Bedford-Stuyvesant di Brooklyn, fu scelto da Spike Lee perché, per la disposizione delle sue vie, permetteva una buona illuminazione, indispensabile per trasmettere via schermo l’idea del grande caldo. Grazie a questo la maggioranza dei critici considerano Fa’ la cosa giusta come uno dei film che meglio trasmettono l’idea del caldo.

 

Tu vuò fa l’italo-americano – Part I

Per il ruolo di Sal, Lee pensò subito a Robert De Niro, scelta scontata per fare un attore italo-americano. Ma De Niro disse appunto che aveva già fatto troppi ruoli simili, e suggerì per il ruolo Danny Aiello che per la sua grande interpretazione fu poi candidato all’oscar.

 

Tu vuò fa l’italo-americano – Part II

Prima di diventare il proprietario di Los Pollos Hermanos e prima di costruire il più grande impero di narcotraffico del New Mexico in Breaking Bad, Giancarlo Esposito è stato uno degli untochables nei film di Spike Lee, suo grande estimatore; in “Fa la cosa giusta” interpreta infatti un’attivista di colore che si scaglia contro gli italo americani, lui che è italo americano per eccellenza avendo il padre originario di Napoli.

 

Tu vuò fa l’italo-americano – Part III

Altro italo americano puro sangue è John Turturro che nel film interpreta Pino, figlio di Sal, stanco e insoddisfatto di un lavoro che lo aliena e lo rende insoddisfatto; è lui a interpretare al meglio l’insofferenza della comunità bianca nei confronti del mondo black con il quale non si vuole assolutamente integrare. 

 

Spike e il Dio Denaro

Mookie, il personaggio interpretato da Spike Lee, è stato scritto dal regista per mettere in risalto la totale mancanza di coscienza e coesione sociale della comunità afroamericana a favore del mero individualismo; ognuno, come nel caso di Mookie, è interessato solo ai soldi e al proprio benessere individuale e non fa mai la cosa giusta per il bene della comunità, come gli ricorda il “Sindaco” in una delle prime scene del film. 

 

Il Sindaco

Uno dei personaggi che caratterizzano il mondo di Bedford-Stuyvesant è il Sindaco, così chiamato in tono di scherno dai ragazzi del quartiere che lo vedo ciondolare ubriacandosi per le vie del quartiere; in una delle scene chiave del film il personaggio interpretato da Ossie Davis subisce l’attacco verbale di un gruppo di ragazzi (tra cui è riconoscibile un giovane Martin Lawrence) che lo dileggia per la vita che conduce; il Sindaco prova a difendersi spiegando la sua storia e le sue difficoltà ma senza successo, a dimostrazione dello scollamento tra le giovani e le vecchie generazioni e dell’incomunicabilità che si crea data dalla rabbia e dalla voglia di affermazione del primo gruppo a scapito del secondo. 

 

Si lotta ancora contro la discriminazione? 

Il segno che qualcosa si è fermato/interrotto nelle lotte contro la discriminazione si ritrova nella metafora del personaggio di Smiley, un balbuziente che si fa portavoce e che cerca, con le difficoltà che il suo modo di parlare impone, di ricordare le lotte e le imprese di Martin Luther King e di Malcom X;

 

Brooklyn, melting pot degli anni 80

Mille culture e mille nazionalità si intrecciano nel film di Spike Lee, in un contesto urbano nel quale le varie etnie si incontrano e scontrano fino a implodere. 

 

“Non sono neri, sono più che neri”

La cultura bianca comincia ad accettare le grandi capacità di artisti afroamericani come l’attore Eddie Murphy e il cantante Prince, ma non li riconosceva ancora come neri e appartenenti/esponenti della comunità afro, come si nota dal dialogo tra Pino e Mookie. 

 

https://www.youtube.com/watch?v=gLYTObRhcSY

 

Don’t touch my Jordan, man!

Toccare, o meglio sfregiare, un mito come il 23 dei Chicago Bulls a quell’epoca non era consentito, soprattutto per la comunità black americana; l’affronto, perpetrato per di più da un bianco con la maglia del giocatore di basket bianco per eccellenza, Larry Bird, è la metafora dell’affronto e del disagio vissuto dalla comunità nera, pronta a esplodere al minimo segnale di mancanza di rispetto da parte della comunità bianca di New York. 

 

New York 1989

Per capire Fa la cosa giusta e il contesto sociale in cui il film si sviluppa bisogna ritornare alla New York di trent’anni fa, governata dal sindaco Ed Koch, in cui non esisteva giorno senza che una persona di colore non rimanesse vittima delle ingiustizie e dei soprusi perpetrati tanto dalla popolazione bianca quanto dalla polizia locale; è questo infatti l’humus in cui cresce e prolifera il malcontento della comunità afroamericana;

 

La sfida tra le radio tra Stevie e Raheem

Come nella migliore tradizione americana dei ghetti degli anni ’80, il vero re della strada si decide non in base alla dialettica né in base al fisico ma in base allo stereo che porta in giro e che impone il ritmo del quartiere, come nel caso di “Radio Raheem” e del suo scontro con il portoricano Willie. 

 

“Che individui squallidi”

Lo sguardo di sfida tra i 3 amici di colore e i 2 poliziotti bianchi in auto mostra tutta l’insofferenza alla convivenza pacifica delle comunità che vivono a Brooklyn e ricorda gli sguardi di John Wayne nei film western degli anni ‘60. 

 

Paul Benjiamin in arte ML

L’attore afroamericano, morto proprio a ridosso dei festeggiamenti dei trent’anni del film, è stato protagonista in tante altre pellicole come Fuga da Alcatraz (1979), Forza bruta (1983), Pazza (1987), Il padrone di casa (1991), Rosewood (1997) e Station Agent (2003). Ma è con Fa la cosa giusta che raggiunse la notorietà grazie ai dialoghi con i suoi amici di quartiere Frankie Faison “Coconut Sid” e Leonard L. Thomas “Punchy”. 

 

Fuck!

Uno dei momenti più duri ma allo stesso tempo poetici è la valanga di insulti che ogni membro della comunità vomita verso l’altro: ogni parola è pronunciata con una chiarezza che sembra un monologo teatrale, un tutti contro tutti senza quartiere e senza precedenti; Spike Lee ripeterà questo schema in un altro suo film di grande successo, la 25° ora. 

 

https://www.youtube.com/watch?v=4OYe3uk8Fi8

 

Fuck, che riprese!

Il cinema “di faccia”, uno dei tratti tipici delle regie di Spike Lee, raggiunge qui la sua massima espressione: primi piani aggressivi che si avvicinano con grande velocità al protagonista per non applicare più nessun filtro e sbattere la verità in faccia, appunto, allo spettatore

 

Fuck, che riprese 2!

Predominano le inquadrature storte, aggressive e disorientanti e la ragione è chiara: la realtà raccontata non è una realtà dritta, ha mille sfaccettature che necessitano di una regia che le esprima al meglio. 

 

La storia di Odio e Amore

I 2 pugni che si incontrano e che lottano per prevalere, come racconta Radio Raheem a Mookie in una lotta vissuta sempre sul filo del rasio in cui sarà proprio l’odio alla fine che prevarrà sull’amore. 

 

Quoque tu Mookie, fili mihi?

Nel momento in cui l’odio sembra essersi sedato e concentrato sulla polizia è Mookie che scatena la guerra contro Sal, suo datore di lavoro e padre adottivo, lanciando il bidone contro il locale; è in questo momento che l’ago della bilancia rappresentato dal membro della comunità nera che lavora per i bianchi, perde l’equilibrio e sposta il confronto su un piano senza possibilità di ritorno. 

 

È davvero un buongiorno?

È quello che si chiede il Sindaco parlando con Mother Sister, se dopo tutto quello che è successo potrà mai esserlo e se potrà mai ritornare la vita di quartiere pacifica che tutti vogliono; ci vorranno anni prima che questo avvenga davvero. 

 

La rivincita di Smiley

Tutto ormai si è deciso, tutto ormai si è concluso: manca solo un momento perché tutto, nell’immaginario della rivoluzione nera, diventi perfetto: Smiley che appende, al posto dei quadri degli italiani famosi ormai ridotti in cenere, la foto di Martin Luther King e di Malcom X. 

 

L’ultimo confronto tra Sal e Mookie

La durezza del confronto, la rabbia di essersi traditi a vicenda porta ad un dialogo breve e schietto e si conclude con il sorriso amaro di chi sa che dal giorno dopo la guerra tra bande dovrà ripartire e che una convivenza sarà tutt’altro che facile. 

 

Malcom X e Martin Luther King: qual è la cosa giusta da fare?

Qual è l’insegnamento/proposito che il film ci lascia? Tutto sembra spiegarsi con le citazioni di Martin Luther King e di Malcon X (guida morale del regista) i quali, rispetto alla questione del razzismo, offrono alla comunità afro-americana possibilità diametralmente opposte a quelle vissute nel film; proprio come nella lotta tra Odio e Amore di cui parla Radio Raheem, vittima e martire di quello scontro fatale. 

 

Ritorno al futuro – Cannes 1989

Presentato al festival il film ottenne un grande consenso dalla critica per la capacità di abbinare temi politici molto profondi ad una sceneggiatura leggera e a tratti molto divertente, il connubio perfetto per arrivare anche al grande pubblico. 

 

L’inversione di forza: la comunità afroamericana. 

Alla premiazione degli ultimi Academy, la perpetua polemica tra la comunità afroamericana ed Hollywood – pur sempre presente – pare aver avuto un momento di distensione. Sicuramente forzata da alcune circostanze. Ovvero, gli artisti di colore sono oramai il centro di attrazione principale per tutte le forme di intrattenimento: da Kendrick Lamar a Childish Gambino, passando per Jay-z e Beyoncé, Drake, Kanye West. Le principali personalità che stanno muovendo l’arte, la cultura – e di conseguenza anche l’estetica cinematografica – verso una direzione nuova, hanno una memoria comune. E questa direzione presuppone una posizione di forza della comunità afroamericana, che può permettersi di disertare gli Emmy, di polemizzare apertamente, di minacciare la rottura. Forte della propria acquisita indispensabilità. Con la consapevolezza da parte dei grandi festival che in caso di mancata partecipazione di alcuni – o tutti – di questi artisti, il fallimento sia assicurato. Spike Lee – che alla premiazione per Blackkkansman è salito sul palco con i due anelli iconici del suo Culti di cui abbiamo raccontato in questo articolo – sembra aver confermato un’idea: l’America ha radici eterogenee, e senza ognuna di queste, grandissime pellicole come Fa’ la cosa giusta, non sarebbero mai nate.