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Free Solo

Un documentario che ha superato se stesso, come il suo protagonista.

 

Oscar al miglior documentario e Brisith Academy Film Award di categoria: nel 2019 Free Solo ha fatto parlare di sé. Lo ha fatto raccontando un’impresa all’apparenza impossibile, di quelle che si vedono solo nei film, verrebbe da dire. Ma qui è tutto vero.

Il 3 giugno 2017 Alex Honnold è diventato il primo uomo a scalare in “free solo” la parete di El Capitan, un muro di granito alto circa 900 metri nello Yosemite National Park, in California. La grandezza della sua impresa è racchiusa nelle parole che danno il nome al documentario: “free solo”, una forma di arrampicata in cui lo scalatore rinuncia a corde, imbracature e qualsiasi altra protezione durante la scalata. Possiamo, così, riformulare la frase precedente: Alex Honnold è diventato il primo uomo a scalare a mani nude e senza protezioni la parete di El Capitan, un muro di granito alto circa 900 metri. Lo ha fatto percorrendo la Freerider, forse la via più difficile tra quelle lunghe mai scalate in “free solo”, in 3 ore e 56 minuti.

Quali sono stati i fattori che hanno permesso a Free Solo, ancor prima che ad Alex Honnold, di superare se stesso, vincendo un Oscar e un Bafta?

Citare subito Alex Honnold e la sua impresa sarebbe, passatemi il termine, riduttivo. Riduttivo nei confronti di chi attorno a lui ha permesso di documentare una delle salite più significative nella storia dello sport, avvicinando il pubblico generalista all’arrampicata non tanto da un punto di vista pratico (nessuno sano di mente proverebbe ad emulare l’impresa di Honnold dopo aver visto Free Solo), quanto da un punto di vista emotivo, mostrando come dietro al freddo robot capace di scalare 900 metri di parete a mani nude ci sia, in realtà, un essere umano con le sue fragilità, mancanze e paure. Compresa quella di morire.

Alla regia di Free Solo troviamo Jimmy Chin e la moglie Elizabeth Chai Vasarhelyi, una coppia dai meccanismi ben oliati, almeno dietro alla macchina da presa: insieme hanno diretto, nel 2015, Meru, un documentario che racconta la scalata della Pinna di Squalo sul monte Meru, nell’Himalaya, tra le cime più impervie che ci siano. Già avvezzi alle imprese impossibili, quindi. Ma che con Free Solo si sono spinti un passo più in là, per il coefficiente di rischio della scalata e per la complessità di Alex Honnold, da descrivere nei minimi dettagli da un punto di vista pratico ma soprattutto emotivo. Jimmy Chin è anche un alpinista, lavora con Alex Honnold da circa 10 anni e gli ha messo a supporto un team di scalatori professionisti: amicizia che si traduce in fiducia reciproca, essenziale per documentare nel modo migliore un’impresa di tale portata. Nel documentario, infatti, Alex parla così della troupe: “Per me è incredibile, è come andare ad arrampicare con tutti i miei amici”.

Il prezzo da pagare per un legame così forte tra la troupe ed Alex, però, è alto: il pensiero di perdere un amico da un momento all’altro in un’impresa così folle, tormenta chi deve necessariamente guardare per garantire una qualità ottimale delle riprese ed è pagato per farlo. Tutti, però, remano nella stessa direzione e sono disposti a rischiare assieme ad Alex, come dice Jimmy Chin: “Dobbiamo lavorare in queste condizioni sapendo che stiamo facendo qualcosa di cui dovremo accettare anche le conseguenze più estreme”. Questo, per me, è uno degli aspetti che ha reso speciale questo documentario.

A fare la differenza, però, non sono solo le riprese. Ad accompagnare la scalata di Alex verso l’impossibile c’è anche una colonna sonora ad alto tasso adrenalinico: il compositore delle musiche di Free Solo è lo statunitense Marco Beltrami che ha collaborato, tra gli altri, con i Guns ‘N Roses e che ha ricevuto due nomination all’Oscar per la miglior colonna sonora per i film Quel treno per Yuma e The Hurt Locker. In un’intervista rilasciata durante il “Gold Derby’s Meet the Experts panel” di Los Angeles ha raccontato di aver dovuto rappresentare attraverso la musica la natura di Alex, definita da lui come qualcosa di simile allo Yin e allo Yang: il nero e il bianco, la notte e il giorno, la scalata che Honnold ama ma che al contempo potrebbe ucciderlo. Un modo di essere che pervade tutto il film e che culmina con la scalata vera e propria: 20 minuti in cui la musica accompagna Alex dal tragitto verso la base della montagna alla conversazione con la fidanzata Sanni in cima a El Capitan, a impresa compiuta; da musiche cariche di tensione a una vera e proprie composizione liberatoria, espressione di chi ha trovato il suo posto nel mondo dopo essere arrivato là dove nessun altro era riuscito ad arrivare.

E veniamo proprio a lui, ad Alex Honnold. Ovvero colui che ci spiega cosa vuol dire, per lui, scalare in “free solo”:

 

“Il free solo non vuol dire spingersi oltre il limite finché non accade qualcosa di terribile, non lo faccio con questa prospettiva. Ma forse è proprio per questo che è così pericoloso per me: sono così concentrato che non mi rendo conto che potrei andare verso il baratro”.

 

Una definizione che fa emergere il paradosso alla base del “free solo” e che lo differenzia da tutte le altre tipologie di arrampicata: la concentrazione necessaria per praticare questo sport è tale da azzerare la percezione del rischio, mettendo lo scalatore in uno stato di inconsapevole incoscienza che lo potrebbe portare alla morte da un momento all’altro. Per un momento ci si dimentica di essere sospesi nel vuoto a 700, 800 metri d’altezza, appesi alla roccia nuda su una sporgenza quasi invisibile col solo pollice di una mano: morire perché troppo concentrati deve essere beffardo, eppure è un triste destino che il “free solo” ha riservato a molti. Ma non ad Alex Honnold. Non su El Capitan.

Prima di guardare Free Solo ho letto la trama e ho pensato che, per aver compiuto un’impresa simile senza morire, Alex Honnold fosse esclusivamente un perfezionista, nonché cinico e freddo robot senza sentimenti. In parte ci avevo preso, in parte no, perché il merito di questo documentario è stato quello di mostrare l’altra faccia della medaglia, quello che si cela dietro alla corazza del climber che lotta per la sopravvivenza. E che non ti aspetti.

 

https://www.youtube.com/watch?v=l-kF4iSg0XM

Gli attimi che precedono l’inizio della scalata. La musica diventa sempre più tesa. Il respiro di Alex rallenta, dilata il tempo che lo separa dall’inizio della sua impresa. I cuoi compagni di viaggio raccontano ancora qualcosa, ancora dei particolari di Alex e del suo lavoro quotidiano.

Per capire a fondo il protagonista bisogna necessariamente fare un tuffo nel passato, nei suoi ricordi d’infanzia per scoprire che i genitori hanno avuto un grosso impatto sulla sua sfera emotiva. Da un lato c’è la madre per cui “il quasi non conta”: qualsiasi cosa Alex facesse per lei non era abbastanza, da lì la propensione di Alex a pretendere sempre il massimo da se stesso e a spingersi sempre oltre il limite. Dall’altro il padre, un uomo con una fissa per i viaggi affetto dalla sindrome di Asperger, un disturbo dello sviluppo caratterizzato da difficoltà nelle interazioni sociali, schemi di comportamento ripetitivi, con attività e interessi in alcuni casi ristretti: non è un caso che Alex lo abbia definito una persona “cupa”, nonostante il padre fosse con lui un “orsacchiotto”: Charles Honnold morì di infarto quando Alex aveva 19 anni e in qualche modo rappresenta per lui la mancanza più grande, colui che lo ha avviato all’arrampicata ma non ha potuto vedere fin dove suo figlio è stato capace di spingersi.

Dalla madre ha preso il perfezionismo, dal padre l’amore, l’ossessione per l’arrampicata: due aspetti che sono stati determinanti per riuscire nella scalata di El Capitan.

Nella vita di Alex c’è anche la fidanzata Sanni, una persona solare a cui basta essere felice e godersi la vita per trovare il proprio posto nel mondo. L’opposto di Honnold che, infatti, dice: “Per me conta solo la performance. Chiunque può essere felice e sereno, ma essere felici e sereni non porta nulla di buono. Nessuno realizza qualcosa di grande sentendosi felice e sereno”. Qui la corazza del climber viene fuori in maniera prepotente: o lotti per la sopravvivenza o provi sentimenti, ti distrai e vieni sopraffatto dagli eventi. E mai come nel “free solo” vita o morte è questione di attimi. Eppure lei è lì per lui, accetta il fatto di venire dopo l’arrampicata e, soprattutto, che il suo fidanzato possa morire da un momento all’altro. Un equilibrio delicatissimo che, però, resiste fino alla fine e viene premiato quando, in cima a El Capitan, Alex vorrebbe piangere e dice a Sanni un sincero e liberatorio “Ti amo”.

Un’attività come il “free solo” ti mette ogni giorno di fronte alla paura della morte, e Alex non è da meno. Quello che colpisce, però, è l’attitudine verso ciò che lo spaventa: “La vera sfida è riuscire a controllare la mente, perché non si tratta di gestire la paura, ma di provare a scansarla. Io affronto la paura, finché non la temo più, ma per anni la Freeblast mi ha fatto accapponare la pelle”. Già, perché proprio la Freeblast, una placca della cima di El Capitan, è il punto in cui Alex ha abbandonato la scalata dopo un’ora un anno prima di riuscirci a tutti gli effetti.

Ed è proprio l’attitudine verso ciò che lo spaventa a fare la differenza. Il 3 giugno 2017 Alex si sveglia, sa di dover scalare a mani nude una parete di 900 metri considerata pericolosa persino dagli altri alpinisti eppure, nel tragitto verso la base della montagna, dimostra una tranquillità fuori dal normale: “Il momento della partenza è più sereno. No stress, ansia, paura, devi solo arrampicarti”. Così, come se nulla fosse, si dirige verso l’impresa più pericolosa della sua vita.

Quasi in cima alla montagna emerge in Alex anche un pizzico di spavalderia, un mix di incoscienza e grande consapevolezza dei propri mezzi. Si tratta, per me, di una delle scene più impressionanti di tutto il documentario. Tiro di corda numero 23, il Boulder Problem: per superarlo bisogna compiere una sequenza di movimenti complicatissima dovendo scegliere, a un certo punto, tra un calcio di karate o un doppio lancio sulla parete opposta. Per certi versi, a detta di Alex, è meglio effettuare il salto a due mani “perché lo spigolo è abbastanza grande e hai qualcosa da afferrare”. Ma se sbagli è finita e Alex sceglie l’opzione, non meno facile e altrettanto assurda, del calcio da karate. Ci riesce (viene inquadrato un cameraman che nel frattempo si era girato di spalle per non guardare), fissa la telecamera sul drone ed esclama: “Oh yes!”.

Ho subito pensato alle parole di Tommy Caldwell, alpinista, amico e idolo d’infanzia di Alex che di lui dice:

“Fluttuare tra le montagne insieme ad Alex è come una droga: il suo modo di affrontare il rischio ti fa sentire quasi invincibile e da un punto di vista emotivo ha un suo fascino, però non credo sia la cosa più intelligente da fare. Scalare con Alex è come concedersi un vizio, è come fumare una sigaretta mentre ti bevi una birra: non è che mi vada proprio, però a volte lo faccio perché è una cosa divertente”.

Questo documentario si è spinto oltre il significato stesso di documentario, che fa – o comunque si presume faccia – dell’elemento descrittivo la sua prerogativa. Free Solo è un breve trattato di psicologia, racconta al mondo dell’impresa perfetta, mettendo a nudo il lato umano del suo protagonista con una spiccata sensibilità. Alex Honnold è capace di scalare a mani nude una parete rocciosa di 900 metri: ma ha imparato ad abbracciare a 23 anni e va in ansia se deve tenere in braccio un bambino. Assurdo solo a pensarci, ma tutto diventa più chiaro se, una volta visto il documentario, si riflette su queste parole di Alex Honnold: “Il free solo è la cosa che più si avvicina alla perfezione, ed è bello sentirsi perfetti, anche solo per un momento”.