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Il film perfetto

Rivedere il film di Peter Weir è ossigeno per il cervello ed un incanto per l’anima. È guardare l’archetipo del capolavoro cinematografico.

 

“L’attimo fuggente” è il film più celebre di Peter Weir, se si esclude The Truman Show. La filmografia del regista australiano è estremamente peculiare, perché alterna dei film godibili, pregevoli anche come tematiche e retorica, ad alcuni del tutto trascurabili.  Ma nonostante ciò, l’aver firmato come regista – non autore, la cui scrittura è di Tom Schulman, che ha vinto l’Academy Award per Dead Poets Society, titolo originale – una pellicola del genere – oltre alcuni film molto raffinati: “Witness”, ad esempio – dimostra la grandissima sensibilità come regista, dello stesso Weir.  Essere autore, regista e magari anche direttore della fotografia – o montatore – è cosa ben diversa dell’essere semplicemente regista del proprio film. Si tratta di lasciare che questa figura si riappropri del ruolo di deus ex machina sul set, sradicando ogni tipologia di considerazione autoriale complessiva (pur presente, sia chiaro), per poter dare un giudizio a due operazioni essenziali che il regista deve compiere: scegliere i movimenti di camera migliori per esprimere un concetto, coordinare ogni elemento, per rendere un film meraviglioso o imperfetto. Ne “L’attimo fuggente” – ed è questo il grandissimo merito di Peter Weir – le due operazioni sono praticamente perfette, rendendolo così uno dei più grandi film della storia del cinema contemporaneo.

 

La Fotografia e l’immagine che muta

Il ruolo di John Seale, e delle sue scelte su come dare spessore alle inquadrature dirette da Weir sono state estremamente condizionanti – in positivo, ovviamente. Weir e Seale hanno lavorato braccio a braccio anche su “Witness”, che ha dei pregi nella fotografia completamente differenti, anche se degni di nota; la scelta della luce (anche dato il contesto) è indirizzata verso un maggiore verismo, ed una piattezza che serve da un lato a descrivere meglio la comunità in cui Harrison Ford si ritrova “esiliato”, dall’altro si pone il fine di esaltare i momenti di maggiore intensità, in cui la scelta dell’obiettivo e dell’esposizione vuole esaltare i contrasti di luminosità. Le immagini spesso sembrano davvero fotografie di una comunità Amish, tirate fuori da un qualche reportage nell’America più profonda. 

In “Dead Poets Society”, al contrario, il lirismo delle scene è continuamente ribadito grazie a due elementi essenzialmente: la musica – che vedremo più avanti – e la fotografia. L’alternanza di immagini all’esterno del campus durante lo scorrere delle stagioni è di una poesia profonda; anche quando sopravviene l’inverno, che serve a dettare i tempi emotivi del film. Il contrasto tra i colori accesi di una fotografia passionale e la quasi brutalità della monocromia invernale, sono gestiti perfettamente. A questo si aggiungono le delicate ed equilibrate scene in classe, durante le lezioni del professor Keating, in cui la capacità di Seale di non rendere invasive le scelte di luce ma esaltare l’intimità tra Keating ed i suoi studenti – ed il distacco con gli altri docenti -, è evidente. 

Seale riesce a dimostrare perfettamente l’assunto che grazie ad una fotografia è possibile rendere un momento cristallizzato eppure in continuo mutamento. E firmando anche altre meritevoli fotografie – “Il paziente inglese”, ad esempio – mostra la dote essenziale che un autore deve acquisire, ovvero aver compreso la retorica di un film. Averne assimilato la tematica, l’umore. Per poter tradurre questo in immagini indimenticabili.

 

Le musiche e la capacità di scomparire nel contesto 

La colonna sonora firmata da Maurice Jarre, autore prolifico e vincitore del premio oscar per ben tre volte, dimostra come il coefficiente chiave per un film indelebile, debba essere spesso poco invasivo. Lavorando con Weir anche per “Witness”, il compositore ha potuto replicare il virtuosismo mostrato da Seale anche nella sua opera; allo stesso tempo speculare e prossima, la musica si riscopre elemento esaltato ed enfatizzante delle immagini. Eppure quando si ritorna e si ragiona sull’impatto che una colonna sonora abbia avuto sul film – ed in genere sulla percezione mnemonica che le immagini hanno nella nostra testa anche grazie all’elemento musicale – ci si trova spesso di fronte ad una biforcazione logica propedeutica a qualsiasi valutazione. In sintesi, è più grande la colonna sonora invadente, spesso autoreferenziale, o quella capace, ed in un certo senso efficace, a velarsi e scomparire nel sistema-film? La soluzione non è agevole, e non è questo il contesto adatto ad interrogarsi, ma è senz’altro vero che la composizione di Jarre deve essere ascritta alla prima categoria, peraltro come esempio virtuosissimo. La delicatezza con cui l’andamento emotivo del film viene accompagnato dal comparire e scomparire delle note, dimostra che il risultato complessivo degli elementi filmici è fin troppo importante per relegarli a singole componenti ben assemblate. I singoli brani composti da Jarre si dissolvono fino a confondersi completamente; il risultato è una sorta di sinestesia per lo spettatore, un modo per impedirgli di confinare il piacere visivo e quello uditivo, cosa che, a conti fatti, ogni film tenta di fare. È una sorta di contaminazione dei sensi, quella che Weir, Seale e Jarre – oltre tutti gli altri grandissimi autori che hanno partecipato – si pongono di mettere in opera. Una contaminazione che a sua volta confluirà nella storia, nell’evoluzione retorica del film. Quella che lo stesso Keating utilizzerà con i suoi alunni. Lasciandoli sporcare, rompere e strappare le pagine, al solo fine di liberarli.

 

 

I vestiti e l’estetica degli individui come narrazione

Le uniformi scolastiche devono le proprie origini all’antica usanza inglese di rendere gli studenti appartenenti allo stesso istituto ben distinguibili dagli altri e soprattutto di azzerare qualsiasi differenza sociale attraverso l’abbigliamento. Possiamo pensare ad un appiattimento della propria individualità ed in un certo senso è proprio quello contro cui combatte l’appassionato professor Keating che, dietro i blazer blu navy perfettamente tagliati e le camicie bianche incorniciate dai gilet grigi, vede molto di più di semplici studenti.

Non c’è nessuna aspirazione modaiola nelle giacche college, nei mocassini lucidi e nelle cravatte regimental eppure i costumi del film riescono a restare impressi nella memoria dello spettatore perché l’estetica scelta da Weir è emblematica di un certo tipo di messaggio. La perfetta sinergia tra la personalità dei singoli ed il loro modo di esprimerla attraverso gli indumenti è solo un elemento di questa ricerca accurata. C’è dell’altro, ed è la stessa imposizione di un canone che oltre a raccontare il contesto, serve a legarsi indissolubilmente alla fotografia di Seale, 

Al verde dei prati che circondano il college e al giallo rossiccio delle foglie autunnali si alterna una  palette di colori che spazia dal grigio canna di fucile al bordeaux e all’ocra, lasciando talvolta spazio al blu e al rosso acceso delle felpe sportive e delle letterman jackets. Da rivedere la scena in cui il professor Keating viene sollevato dai suoi studenti come un rock star dopo la vittoria della partita di calcio. Le felpe rosse con le “W” bianche si fondono armoniosamente con la luce dorata del tramonto che fuoriesce dai rami degli alberi alle spalle della squadra che festeggia e che in quel momento, fa sentire felice anche gli spettatori. 

 

 

La storia, linguaggio di evoluzione e retorica

Una tara troppo frequente in pur ambiziosi film è l’assenza di una reale evoluzione della storia, o un appiattimento della stessa nei confronti della retorica fondante. Ulteriormente rischioso è prescindere da una qualsiasi struttura narrativa legata alla trasfigurazione, deviando anche il film dall’elemento connaturato, comunicare un certo tipo di messaggio. Anche complesso e discutibile. L’attimo fuggente è il primo film scritto da Schulman, il che è sorprendente osservandone la solidità e la capacità di essere estremamente didascalico ma mai ordinario e banale. Lo sceneggiatore, che anche in altri film ha mostrato di maneggiare dei temi estremamente retorici – “Mato Grosso”, film semplice ma estremamente piacevole -, mostra la dota essenziale, ma non scontata, di uno scrittore di film. L’immedesimazione. Schulman sembra aver compreso a fondo quella filosofia e quell’estetica così definitiva che Weir, Seale e Jarr hanno diligentemente costruito. Il film scorre in modo necessario, come se non vi fosse evoluzione alternativa. E questa capacità di plasmare la storia in modo da renderla inevitabile, da renderla imprescindibile per lo sviluppo retorico del messaggio, ha l’ulteriore merito di essere evidente. Se si esclude il colpo di scena – che assume anch’esso i contorni dell’ineluttabile – la pellicola compone una vera e propria dottrina fondata sulla scoperta del mondo, sulla necessità per l’uomo di appassionarsi. La natura dell’oggetto di analisi avrebbe reso quasi qualsiasi prova di scrittura del film, estremamente complessa. Tom Schulman è riuscito a creare un linguaggio riconoscibile, ha lasciato che lo spettatore potesse assumere come familiare, capirne la giustezza di quesi messaggi.

 

 

Robin Williams

Cosa ha reso Williams uno dei più grandi attori della sua generazione? La totale immedesimazione. Ma non tanto o non sempre in una identificazione dell’aspetto psicologico – secondo una generica definizione del metodo Stanislavskij – pur fondamentale. La capacità di Robin Williams prescindeva dal personaggio stesso, per guardarne la collocazione spaziale e temporale. Il suo modo di recitare riusciva ad essere contemporaneamente individualista ed associativo; ognuna delle sue grandissime interpretazioni veniva modellata in base alle persone, al contesto, al messaggio del film. La sua, quindi, non era immedesimazione nel personaggio – non solo, ovviamente. Ma era immedesimazione in quello che il personaggio doveva e voleva comunicare. Williams non è stato solo il professor Keating, ma è stato l’autore stesso delle parole, il primo a crederci. Il motore che ha riacceso la passione di quei ragazzi. La recitazione è un processo così complesso da essere spesso oscuro, incomprensibile. Come il monolite di Kubrick, spesso è difficile comprendere come la tecnica riesca a capire quando fermare se stessa, quando lasciare che le emozioni possano dare libero sfogo. Robin Williams in questo è stato un colosso della recitazione, un vero e proprio genio. In quasi tutti i suoi film è possibile notare il momento esatto in cui la propria consapevolezza tecnica diventa comprensione dell’emozioni del personaggio e del messaggio che questi deve comunicare. Lo si capisce dallo sguardo, dal modo di rendersi innamorato di quel momento. In lui lo sguardo era unico – cosa paradossale per un attore così fisico, mobile. E se molti possono recitare con il volto e con il corpo, pochissimi hanno saputo recitare solo con lo sguardo.

 

 

Co-fondatore de Lo Spaccone, scrive di cinema ed altre cose. Vive a Milano, nato a Napoli, con un po' di cuore a Liverpool.