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Allen l’innovatore

L’unica sua dote era una specie di futile entusiasmo. (Mr. A. Torgman) [maestro di violoncello di Virgil, intervistato]

 

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Il film che ha compiuto pochi giorni fa cinquant’anni invecchia decisamente bene.

Woody Allen ha dimostrato – e se non sbaglio, quasi sicuramente anche dichiarato – di fare film per necessità. Non necessità economica, ma intellettuale; uno sfogo periodico di una mente grondante, iperattiva. La versione alternativa, ovvero che lui faccia film per rimanere legato allo star system e ai big studios, è altrettanto plausibile, ma agli aneddoti su quante volte si misuri la febbre ed il grado di ipocondria, preferisco di gran lunga questa forma di nevrosi. Se non altro questo aiuta quasi a giustificare molti film del tutto trascurabili. Ma dimostra anche come Allen sia un duro lavoratore del cinema. La sua propensione non è naturale – o probabilmente non è solo naturale -, il suo è anche un lavoro quotidiano, uno studio incessante su cosa fare e come farlo. Per quanto poco evidente, anche nei suoi film meno riusciti ci sono tentativi di sperimentazione enorme; una sperimentazione eterogenea, che coinvolge la scrittura e tutte le contaminazioni che questa porta con se, dalla scenografia ed ambientazioni, sino a quelle che leghiamo più a lui come protagonista dei suoi film: i dialoghi e, soprattutto, i monologhi. Ma la sua propensione a sperimentare, a lavorare su qualcosa di nuovo, è così organica nella concezione del film, così onnicomprensiva, da far spesso passare in secondo piano delle vere e proprie innovazioni di regia. La sua è una concezione totale del film. Per questo motivo quando vengono proposte cose nuove, nei suoi film, a noi sembra una scelta sui dialoghi, o sulla storia, ma in realtà si tratta di un’innovazione che riguarda anche la regia, la fotografia o il montaggio. La stessa notizia – divenuta ormai famosa – secondo cui la scelta frequente di girare a campo lungo una scena che duri diversi minuti sia motivata dalla voglia di chiudere in fretta il film, è una chiarissima scelta di stile. (Peraltro, il fatto che siano diverse le riprese cult nate dalla scelta citata poco fa, ci suggerisce che l’intento fosse proprio quello: tutt’altro che voglia di finire presto).

 

https://www.youtube.com/watch?v=DaPBhxXhprg

La scena inizia senza i due protagonisti in primo piano. Si sentono solo le voci – che non si avvicinano, ma rimangono stabili. Con il passare dei secondi le due sagome diventano più chiare, iniziamo ad associare voci, fisicità alla conversazione. 

 

Prendi i soldi e scappa è il manifesto di come Allen in pieno vigore artistico abbia costruito un piano narrativo ed un modello di stile diventato poi nel tempo familiare a molti autori; e così frequente da essere dato per scontato. Il film è un esempio celebre di Falso documentario, o meglio di “mockumentary”, un neologismo sincratico nato dall’unione di “mock” e “documentary”; in cui la prima parola sta a significare “fare il verso”.

Un percorso iniziato con Take the money and run (titolo originale), poi conclusosi con uno dei film più interessanti e strani della sua carriera, Zelig. Un’opera dove il concetto di imitazione diventa soggetto, predicato e complemento oggetto, in un rapporto sintagmatico per cui il contenitore film diventa un’imitazione dell’opera di finzione che imita un documentario, e dove il contenuto è un uomo-neutro, un foglio bianco che si arricchisce solo di aspetti esteriori. Zelig finisce per essere un gioco di specchi, in cui ci viene mostrata la stessa immagine in una sequenza infinita. Arrivando così ad una critica radicale dell’individuo immerso in un contesto sociale isterico e quasi ingestibile. C’è il Woody Allen più sociologo, ma anche il più artista. Quello che sa di voler usare la telecamera in modi mai visti prima. E lo fa in modo ponderato, dopo aver compreso come maneggiare un genere per l’epoca mai visto.

La sua consapevolezza nasce proprio da Prendi i soldi e scappa, che è più lineare, meno cervellotico, estremamente più imperfetto come “mockumentary” (non avendone neanche le pretese assolute, del resto). In un certo senso un falso “falso documentario”. Allen lascia che impropriamente il film venga ricondotto a questo genere, senza esserlo realmente. Il film è uno dei più divertenti di Woody Allen – alcuni anche poco citati: Il dittatore dello stato libero di Bananas – e la sovrastruttura narrativa è più una menzogna. Si tratta di un’opera tipica di Allen, che in quasi tutti i film gioca con piani narrativi diversi e con accavallamenti di genere.

Ed è anche il secondo film del regista di New York, che con la pellicola precedente, Che fai, rubi?, aveva fatto qualcosa di ancora più estremo, giocando solo ed esclusivamente con montaggio e falso doppiaggio di un film giapponese, con lo scopo di creare una storia completamente diversa da quella reale. Una sperimentazione che in un universo scevro da preconcetti sugli artisti, sarebbe stata associata al più concettuale e cerebrale degli autori. Con Allen, al contrario, il risultato è di una comicità mai vista prima, che prosegue nei suoi film successivi con altrettante innovazioni narrative e di regia, oltre che sulla propria personale recitazione.

 

https://www.youtube.com/watch?v=wD2331JwwwE

Una sequela di gesti e trovate, in poco meno di due minuti, che basterebbero a riempire un’enciclopedia della comicità. Il Woody Allen più esilarante, creativo e geniale. 

 

 

In Prendi i soldi e scappa c’è tutto il miglior Allen, non imbrigliato dalla trama e dalla necessità di fornire un racconto non tanto lineare – i suoi film lo sono sempre, ma non lo sono mai del tutto – quanto concatenato. La sua fisicità, il suo modo di usare il corpo per esprimere l’ironia sulla propria persona, è unico al mondo, diverso da un certo cinema muto, votato non tanto alla celebrazione del proprio corpo come mezzo, quanto del contesto, degli oggetti che si ribellano contro di lui o delle persone che sembrano non accorgersi di quanto egli sia fuori controllo.

Ma c’è il miglior Woody Allen anche come scrittura, come ideazione di scene pregne di comicità inimitabile. La scena della scrittura incomprensibile sul biglietto, durante la rapina in banca, è esilarante, e lo è per diversi minuti, ininterrottamente. Lo stesso vale per la ripetitività delle interviste ai genitori “camuffati”, per le scene di fuga da tutte le prigioni in cui Virgil viene rinchiuso, per il colloquio con l’assicurazione, o per i tentativi di omicidio della donna che lo ricatta; il gesto alle spalle del soggetto, in cui Allen cambia goffamente idea all’ultimo istante, potrebbe essere vista centinaia di volte.

 

 

Louise: Sai una cosa? Presto avremo un bambino.

Virgil: Scherzi…

Louise: No! Avremo proprio un bambino: me l’ha detto il dottore, è sicuro. Sarà il mio regalo per Natale.

Virgil: Ma a me bastava una cravatta!

 

Ma anche:

Louise: Io credo che se avesse avuto più successo come criminale sarebbe stato diverso, ma non entrò mai in classifica tra i primi dieci. Non ebbe mai un riconoscimento. Era avvilente

 

O ancora:

Virgil: Capii subito di essere innamorato, i primi sintomi furono immediati. Non so se succede anche a voi, ma a me viene il mal di mare (…)Dopo mezz’ora avevo rinunziato del tutto all’idea di rubarle la borsetta.

 

Chiudendo:

Kay Lewis: Era un tipo brillante, proprio brillante. Quando venni a sapere per caso che era un criminale non ci potevo proprio credere, ci sono rimasta di sasso perché… ecco… usava il miglior mascheramento che abbia mai visto nella mia vita, un mascheramento perfetto: io ero convintissima che fosse un idiota.

 

 

La genialità di Woody Allen è per molti aspetti estremamente semplice. La sua è una pretesa di esaltazione della bellezza quasi banale, ma anche una voglia di rendere lapalissiana la comicità. Lasciar suonare Rhapsody in Blue di George Gershwin riprendendo il ponte di Brooklyn avvolto dalla nebbia è la celebrazione di ciò che lui ama e che creda tutti possano amare, e così è stato in effetti. Allo stesso modo, egli ha usato la sua capacità di sperimentare attraverso il cinema, per rendere il gesto comico sempre nuovo, sempre sorprendente. Per questo ogni sua battuta è straordinaria, adoperando la forza del “perché non c’ho pensato io?”: perché egli ha creato un tessuto di familiarità tra ciò che gli riesce meglio e come mostrarlo a chi guarda le sue opere. Su questo, però, Allen non si è mai adagiato. La sua scelta di proporre negli ultimi anni un cinema che appaia come contro intuitivo – pellicole banali, monotone, ripetitive – fa parte sempre del suo modo di lavorare, che non può prescindere da una continuità. Come detto in precedenza, la sua voglia di sperimentare parte dall’assunto che non esiste il genio puro, pronto alla creazione. Esiste il talento, quello che necessita di dedizione. E Woody Allen, senza ombra di dubbio, ne è uno dei più grandi della settima arte. 

 

Co-fondatore de Lo Spaccone, scrive di cinema ed altre cose. Vive a Milano, nato a Napoli, con un po' di cuore a Liverpool.