Top

Once Upon a Time in… Hollywood

 

Il film sembra aver deluso gran parte del pubblico. Eppure si tratta di uno dei migliori lavori di Tarantino, che ne mette in luce il grande talento come autore, come scrittore di film. E soprattutto restituisce allo spettatore il gusto dello stupore. 

 

 

Nat Jones su Vulture ha scritto a proposito di Once upon a time in… Hollywood   – che “pochi registi in circolazione sono capaci di creare il loro universo cinematografico, quanto Quentin Tarantino”.

Un’affermazione su cui mi sento di essere fortemente in disaccordo. Questo essenzialmente perché credo che il cinema di Tarantino sia così radicato nel film stesso, così legato alle esigenze della pellicola, che parlare di universo rischia di portare fuori strada; e spiegherò più avanti perché catalogare come “universo” delle scelte di stile, o dei semplici vezzi, sia troppo fuorviante. Questa considerazione – comunque diffusa – è anche secondo me il motivo per cui si è arrivati a quest’opera con un approccio completamente asincrono. Nel tempo le considerazioni sul “cinema di Tarantino”, come ente a se, quasi astratto ed autosufficiente (ed in parte slegato dal concetto di film come opera d’intrattenimento), hanno finito per inquinare i giudizi singoli sulle sue opere – dando valore a molte delle quali non sono neanche granché. Un errore che viene fatto in generale su quasi tutti i grandi registi, e che finisce per travolgere e stravolgere ogni riflessione sul tipo di percorso, o anche sulla singola opera – che sarebbe anche il miglior modo per valutare un film. Questa sovrapposizione così ingombrante tra un autore (il suo cinema, il suo modo di fare le cose) e la sua ultima opera, è un grandissimo ostacolo per la visione del film, che resta comunque l’obiettivo principale.

Reputo Once Upon a time in… Hollywood uno dei migliori lavori di Tarantino dai tempi di Grindhouse – Death Proof, ed in generale uno dei suoi migliori film, nonostante le reazioni tiepide; che in un certo senso confermano le considerazioni d’apertura. Reazioni che tradiscono una tale carica di preconcetti e sovrastrutture così ingombranti, che finiscono per rendere impossibile un reale apprezzamento, nel senso più puro ed ingenuo del termine: “il film mi è piaciuto per questo motivo o per l’altro”. Eppure questa pellicola è la dimostrazione che il regista sia riuscito nel proprio intento di raccontare una certa storia alla sua maniera, sottolineando allo stesso tempo che la sua maniera non è quella che ci si aspettava. Non completamente, quantomeno. Forse da ciò deriva la principale difficoltà incontrata: dover essere e non essere allo stesso tempo un film di Tarantino.  Personale, non solo come tematica (quasi intimo), e traboccante la sua idea di cinema, dei momenti che compongono le scene. Ma anche diverso, maturo e compatto, spogliato di quegli aspetti barocchi (storici, narrativi o altri) che tutti i suoi film – da Deathproof in poi, appunto  – avevano.

Perciò, riprendendo il punto, parlare di “universo cinematografico”, riferendosi al citazionismo espressionista e alla destrutturazione narrativa operata tramite il montaggio, o al modo di gestire alcuni momenti molto dilatati, di sclerotizzare i dialoghi o l’aspetto caricaturale della voce narrante, è decisamente troppo ridimensionante. Sposta l’orizzonte dello spettatore, e lo spinge a cercare la pulsione, l’emozione anche immotivata, la frenesia. Cose che lo stesso Tarantino cerca, pretende, manipola, ma solo come elementi del racconto. Un racconto che ha la sua genesi nella versione più tradizionale, ovvero nell’atto di scrivere, e si serve di tutti gli strumenti appena citati solo con l’obiettivo di tradurre al meglio in immagini quanto pensato e scritto. 

Once upon a time in… Hollywood in un certo senso può riappacificare chiunque abbia sviluppato una certa insofferenza verso il tarantinismo, come corrente ideologica più che cinematografica, tipica del suo ultimo cinema; e di chi urla al “capolavoro!” Tutte le volte che si trova davanti a vezzi estetici, o feticismi anche piuttosto noiosi e senza senso. L’ultimo film, al contrario, è ottimo – anche per l’accuratezza nella ricostruzione storica e para-storica proposta, certo; come per le citazioni al mondo del cinema e della televisione di quegli anni, così abbondanti da diventare poi volutamente vorticose –  ma lo è soprattutto per il modo in cui è scritto, per la capacità che Tarantino ha mostrato nel mettere in piedi una struttura di sceneggiatura così raffinata, che gioca in continuazione con piani narrativi diversificati, che confonde la realtà con la fantasia, il passato con il presente, il presente di finzione con la realtà di Hollywood del 69’: un momento paradisiaco, al punto da sembrare sospeso nel tempo e nello spazio, e che nell’immaginario creato finisce per non avere confine temporale. Eterea la forma di Sharon Tate, etereo è quell’attimo immediatamente precedente al fatto. Volendo esagerare, tutto riassumibile in quel God’s eye di chiusura chiamato ad irrompere tra questo contesto meta-storico e la genesi del trauma che nella mente di molti artisti – tra cui Tarantino – sembrerebbe aver cambiato Hollywood per sempre.

 

EROE ED ANTIEROE

O anche il tema che finisce per trascendere dal mondo di finzione a quello della realtà. Tarantino ambienta il film in contesti semi-chiusi. Praticamente buona parte del film è girato in macchina. In questo modo è possibile creare una visione impressionista di quella Hollywood in pericolo, senza però darne un’immagine definita; mostrare non tanto cosa sia stata la città in quegli anni, o durante quella primavera ed estate del 69’, quanto quali fossero le sensazioni. Questa scelta incide sulla realtà che noi percepiamo per tutta la durata, e ci porta a creare delle proiezioni dei personaggi interpretati dai protagonisti, sui protagonisti stessi. Personaggi di finzione si fondono con altrettanti personaggi di finzione. È un gioco di specchi fluido, che finisce per creare il primo paradigma, quello dell’eroe, del buono, di chi distingue giusto e sbagliato.

L’analisi continua del ruolo di eroe sullo schermo, e al tempo stesso delle sue nemesi, finisce per ripercuotersi anche sul personaggio reale (Rick), che al tempo stesso è un soggetto totalmente di fantasia, immerso in un ambiente realissimo dal punto di vista storico. Ciò che ne viene fuori è un personaggio in cerca d’autore, ma anche un personaggio in cerca del suo ruolo eroico, più come mezzo di sopravvivenza che vocazione. In questo sviluppo crescente del suo ruolo di paladino, assolutamente contro-intuitivo, si nasconde tantissima retorica tarantiniana, fatta essenzialmente di figure marginali ma meritevoli.  Perché Rick è un mezzo alcolizzato, che insulta la cultura hippie immotivatamente. I suoi meriti più grandi sono credere ad una forma atipica di legame d’amicizia, ed essere onesto con i suoi collaboratori. Cliff, allo stesso tempo, è accusato di aver ammazzato la moglie, e sembra essere un mezzo fallito, che non protende verso nulla, in una sorta di serena atarassia . Ma lotta meglio di Bruce Lee (in una delle scene più divertenti del cinema di Tarantino), ed è più sveglio di chiunque gli capiti di incontrare. C’è una totale confusione di ruoli, come se tutti loro siano vittime di un trip collettivo che elimina i confini tra persona e personaggio. La stessa commistione che Tarantino crea ripetutamente, mettendo l’occhio dello spettatore attraverso la camera, dentro gli schermi del cinema o dei televisori. I manifesti ossessivi, la celebrazione ed auto-celebrazione di se stessi, sono elementi distintivi di un microcosmo che si autoalimenta. In questo modo l’autore cerca di creare uno spazio neutrale, prepara il suo modello utopico. È un’evidente esasperazione, che egli stesso non tenta neanche di nascondere. Come se sottraesse alla vista la narrazione reale dei fatti, eliminando tutti gli elementi fuori contesto. Il suo mondo sembra quasi rigettare volutamente il grande cinema, i grandi personaggi. I suoi eroi sono uomini qualunque della televisione, e servono a sostituire anche la stessa memoria cinematografica degli anni 60’- in Rick che prende il posto di McQueen, non come atto di ingratitudine verso quel cinema, quanto di normalizzazione del periodo. Forse un modo per sottolineare come solo la normalizzazione e al tempo stesso la suggestione fiabesca, possano far dimenticare quei fatti. 

[smartslider3 slider=31]

STORIA E PARA-STORIA

Una delle principali contestazioni che vengono mosse a Once upon a time in… Hollywood, è la struttura piana della sceneggiatura; aggravata da una ingiustificata dilatazione dei momenti e delle vicende. Il tutto, a conti fatti, si concretizzerebbe in una storia priva di grandi picchi d’intensità, carente di ritmo pulp, e allo stesso tempo slegata, perché manchevole di uno reale svolgimento della storia, ma legata da una piattezza di fondo che renderebbe quasi impalpabile il film stesso. La storia, quindi, non si muoverebbe intorno ad un nucleo narrativo concreto, e tutte le vicende sarebbero in realtà prive di sostegno, mai tendenti verso qualcosa. In sintesi, non accade praticamente nulla sino alla fase finale del film.

Pensiamo al più grande film di Quentin Tarantino, Pulp Fiction. A ragione considerato una pellicola cult, che se analizzata contiene tra l’altro meno dei feticismi tarantiniani poi proposti in seguito (e fonte dei numerosi fraintendimenti sul concetto stesso di universo cinematografico). Il film premiato a Cannes, presentava già questo denunciato “deficit”, questa ipotetica distorsione del racconto. Le vicende, difatti, ruotano attorno al nulla: se non fosse per la presenza di un oggetto, la valigetta, che lega le singole vicende, potremmo parlare della giornata qualunque di quasi ognuno dei protagonisti. Un film che come quest’ultimo è però ricco del miglior Tarantino, del grandissimo autore, prima ancora che grande regista, abile nell’aver scritto alcuni tra i film più interessanti ed affascinanti degli ultimi vent’anni. Ed è questo, forse, il primo grande concetto da far passare: Quentin Tarantino è un ottimo sceneggiatore, un raffinatissimo scrittore di film. Il suo essere regista, con la moltitudine di trovate e di vezzi umoristici, è il mezzo più semplice con cui la sua mente pensa di poter mostrare qualcosa. Ma si tratta sempre di un prodotto del suo ragionare sul film come autore. Per questo lo storytelling dei suoi film – pur presente in modo consistente – non è elemento portante, non incide sulla storia che lui già ha ideato. La sua manipolazione narrativa opera tramite due elementi: il montaggio, e la recitazione (comprensiva dell’altro elemento centrale della storia, i dialoghi).

In questo film Tarantino migliora ulteriormente la propria capacità di scrivere una storia, e di scrivere della storia. E come in Pulp Fiction, anche qui esiste solo un elemento casuale (di cui ci si dimentica per gran parte del film) che lega tutti i personaggi, ovvero Cielo Drive. La dinamicità del film è quindi giocata interamente su un McGuffin allo stesso tempo irrilevante ed essenziale. Questo modo di gestire la storia su una linea sottilissima, e di nascondere allo spettatore il gioco a cui si sta giocando, è una firma autoriale inconfondibile di Tarantino. Ed ha la portata di enorme beffa solo in Pulp Fiction, in Death Proof, in parte in Jackie Brown, ed in Once upon a time in… Hollywood. Nel resto delle pellicole le vicende hanno una struttura ben più solida su cui fare affidamento. Eppure non è quello il vero Tarantino, non è lì che la sua scrittura riesce a dare il meglio di se. Solo non imbrigliato da esigenze narrative – anche auto-prodotte, alle volte -, il suo modo di costruire una trama – nel senso letterale di svolgimento di una storia, ma anche nel senso di macchinazione dell’inganno – diventa affascinante.

 

https://www.youtube.com/watch?v=h_W12HmsIMY

 

SGUARDO DA FANCIULLO

E veniamo ad un altro tema – forse il più centrale -, quello messo da parte troppo in fretta o addirittura non preso assolutamente in considerazione, nelle riflessioni sul film. Ovvero l’esperienza del regista come spettatore. Un’accezione che nel caso del film in questione assume una doppia valenza, quella di spettatore dei film che lo hanno segnato, a cui lui rende omaggio, creati anche da numerosi artigiani, persone invisibili che rendono possibile il cinema e che in più di una figura il regista finisce per manifestare gratitudine; spettatore dei TV show dell’epoca, che devono averne formato l’estetica in modo precoce. Spettatore di quei fatti, in modo pressoché incosciente, avendo Tarantino all’epoca dei fatti appena sei anni. Un’età in cui il contesto prende il sopravvento sugli avvenimenti, e finisce anche per condizionarne i ricordi.  

Pertanto, lo sguardo di Tarantino è volutamente ingenuo. Il suo modo di affrontare questa storia è esattamente quello di un fanciullo che si copre gli occhi, che si affida alla propria fantasia ed immaginazione per non credere all’andamento paradossalmente tragico dei fatti.  C’è una perduta e ritrovata innocenza in quelle impressioni, in quei flash della città dove nascono i sogni; o sono nati, per gran parte degli artisti del cinema americano. Il film non è infatti per nulla una restaurazione di maniera, ne un’imitazione curata e citazionista, ma è la migliore versione di un ricordo.

La stessa Sharon Tate, scambiata per un personaggio impalpabile e privo di una profondità (come se i personaggi debbano per forza averne una, per far parte della narrazione), è al contrario l’incarnazione di quel cinema che vince la realtà. Dell’arte che sconfigge i fatti. Una figura che lo stesso Quentin Tarantino pretende di ricordare come pura, spensierata, felice mentre si riguarda nei suoi primi film ed ascolta l’entusiasmo del pubblico. Più simile ad un personaggio di quelle fiabe che il titolo vorrebbe richiamare: lieve, perché vicina ad un ricordo paradisiaco, specchio perfetto di quella Hollywood che il regista mostra così lontana, come qualcosa di irrimediabilmente perduto e allo stesso tempo presentissimo nella cifra stilistica e nel cuore creativo di tanti artisti. 

Recentemente alcune opere di autori ben diversi da Tarantino, sono state tardivamente apprezzate. Che sia il tempo necessario per comprenderne il contesto o la capacità di lettura del presente (ma anche di prevedere il futuro), non è sempre chiaro. Le opere di alcuni autori finiscono per acquisire valore quasi magicamente, come se il semplice rivederle le rendesse più preziose. Ma la realtà è che spesso l’attesa di un film ne condiziona la visione più naturale, quella scevra da ogni elemento esterno alla pellicola: il contesto, il percorso, anche la nostra voglia di cosa si stia andando a vedere. Queste cose finiscono per spezzare anche gran parte della poesia che si cela dietro il cinema, costruita essenzialmente sullo stupore, e la voglia di essere sorpresi, o di essere anche smentiti. Con Once Upon a time in… Hollywood, Tarantino non ha girato un capolavoro – o forse si, la magia del tempo magari mi sorprenderà – ma mi ha stupito, mi ha divertito moltissimo, ed è stato estremamente onesto. Per chi, come me (e come lui, del resto), non ha vissuto quegli anni, è stato come guardare qualcosa di favoloso. 

 

Co-fondatore de Lo Spaccone, scrive di cinema ed altre cose. Vive a Milano, nato a Napoli, con un po' di cuore a Liverpool.