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Martin Eden, immagini e tempo

Con Martin Eden Pietro Marcello realizza il suo film più complesso e personale, un adattamento libero ed ingenuo che vive in un continuo e confuso riflusso di immagini e tempi.

 

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Sinossi: Martin Eden è un figlio del porto di Napoli. Lo spettro della guerra incombe sull’Italia. Martin incontra Elena, pallida figlia dell’alta borghesia napoletana dall’accento francese, se ne innamora perdutamente e attraverso di lei sostituisce il mare con la letteratura e la nave con Spencer. Quello che incontra, dopo aver a lungo inseguito la prima pubblicazione ospitato da Maria in un casolare di provincia, è la delusione e la dissoluzione nell’Industria Culturale, per cui Martin – ora posseduto dalla morte quanto prima dalla vita –  decide infine, con l’inizio della guerra, di seguire il consiglio dell’amico Brissenden: riprendere il mare.

“Una memoria totale è una memoria anestetizzata” Sandor Krasna, Sans Soleil

Martin Eden trascina il suo corpo pesante per le strade del porto di Napoli, con gli occhi azzurri e trasognati di Luca Marinelli si muove fra gli spettri di un passato ancora presente. Un bambino ci guida divertito e leggero per vichi e vicarielli, vuole portarci da qualche parte, ma dove? Probabilmente attraverso i ricordi alla memoria, in un luogo e in un tempo dove sia ancora possibile ricordare. Per raccontarci una storia che serva alla vita.

Uno spazio per la memoria

I film di Marcello, sin dalla prima collaborazione con la montatrice Sara Fgaier per La Bocca del Lupo, si iscrivono nel tempo circolare dell’eternità e dell’assenza di storia, un tempo in cui  le immagini di repertorio diventano la traccia vitale di un passato che non può passare, di un presente spettrale. Martin Eden prosegue la ricerca del tempo perduto del regista casertano inscrivendosi, come i documentari che lo hanno preceduto, in un tempo e in uno spazio in cui non esiste alcune distinzione fra passato, presente e futuro.

La novità e la forza più evidente di Martin Eden è nel montaggio, nell’emergere poetico e spiazzante del materiale di repertorio. Attraverso l’utilizzo di immagini d’archivio Marcello non cerca di ricostruire la totalità del passato e di raccontarne la “Storia”, ma piuttosto le distanze e le differenze, l’inattualità del passato e del presente insieme. Martin Eden deve molto all’idea di “montaggio a distanza”di Pelešjan, il regista armeno di cui Marcello insieme a Fgaier avevano raccontato il Silenzio. Per Pelešjan l’essenza del montaggio, più che nell’accostamento lineare fra le inquadrature, consiste nella separazione e nella distanza che si apre fra un frame e l’altro; le inquadrature, come “particelle cariche”, interagiscono a distanza e creando un “campo emotivo” attorno all’intero film. Detto in altri termini il “senso” cinematografico non va ricercato nella successione cronologica fra le inquadratura ma nel rapporto senza tempo che le separa, nella loro relazione.

Così Marcello, questa volta insieme ad Aline Hervé e Fabrizio Federico, nell’accostare anacronisticamente le immagini di Marinelli a quelle di repertorio, racconta una storia che deborda e si apre continuamente verso altri racconti e altri tempi.  Questa operazione non va letta come una contemplazione nostalgica del passato ma piuttosto come la scoperta di una possibilità d’azione nel presente: vedere nel passato significa vedere nel futuro. In questo senso viene reinterpretata e formalizzata la natura politica del romanzo di London, con il fascismo che non viene rievocato storicamente, allontanato in un “giorno della memoria”, ma viene invece presentato come uno spettro che sopravvive e con cui bisogna imparare a convivere e dissentire. La scena finale è esemplare in questo senso: Martin è seduto fra il passato e il presente, alla sua destra una famiglia di africani, i nuovi altri, sulla sinistra i fascisti in giubba nera si preparano alla guerra. Martin Eden è posizionato idealmente a metà fra loro, un tramite, l’incarnazione del rapporto fra presente passato e futuro.

 

Cinema di poesia

A contribuire alla confusione e sovrapposizione di piani temporali contribuisce l’utilizzo di un 16mm (probabilmente scaduto come in Bella e Perduta) e la ricerca di una fotografia, curata da Alessandro Abate e Francesco di Giacomo, che utilizza quasi esclusivamente luce naturale. Anche la regia, sgrammaticata ed ingenua, con molte riprese a spalla, riporta verso un’immediatezza che ha più che col cinema professionale e industriale ha che fare con l’home video e con le riprese cineamatoriali. Pasolini diceva che la prima caratteristica tecnica del cinema di poesia è “sentire la macchina da presa“, sentire il peso di un corpo dietro la camera, il ruolo di un autore e il suo sguardo. Da questo punto di vista Martin Eden è “cinema di poesia” in piena regola, nella messa in scena così come nel montaggio, come abbiamo già visto.

Per Marcello, così come per Jack London, Martin Eden è anche un racconto autobiografico (cinematografico e non). C’è la storia d’amore impossibile di Mary ed Enzo della Bocca del Lupo, c’è il porto e il marinaio (impossibile non rivedere Enzo nel corpo e nelle movenze di Marinelli), c’è il treno e la transumanza del Passaggio della Linea, c’è il paesaggio agricolo casertano di Bella e Perduta. Ma c’è anche e soprattutto il romanzo di formazione di un artista e di un autore, Marcello, che con Martin Eden racconta una storia molto prossima alla sua vita. Una linea biografica trasversale intreccia Marcello, London, Martin Eden e Marinelli in una “simbio-biografia” in cui i referenti si confondono, in cui Napoli diventa è Genova, San Francisco, in cui Pietro diventa Luca che diventa Martin.

Marcello con Martin Eden, ritornando alla distinzione pasoliniana, riesce a posizionarsi dinamicamente fra cinema di poesia e cinema di prosa. A metà fra un film “di personaggi, la loro storia e il loro ambiente” e un film in cui il protagonista è “lo stile”. Un film che si tende e si contrae fra un storia e una forma fortemente personale e un racconto impersonale e collettivo.

 

https://www.youtube.com/watch?v=eFqTqumCThA

 

L’industria necessaria?

Se questo film profondamente diverso è riuscito a trovare una voce questo è anche e soprattutto grazie al lavoro di Luca Marinelli, una “voce solitaria” (penso anche e ovviamente ai commenti e dopo aver vinto la Coppa Volpi) nel cinema italiano. Al di là delle indiscutibili qualità attoriali Marinelli– così come forse Joaquin Phoenix altrove (mi sono ritrovato durante la visione a ripensare a The Master e alla fisicità così marcata di entrambi) – ha la capacità, e certo anche la fortuna, di saper scegliere i ruoli, di riconoscere le responsabilità di un attore nell’industria cinematografica e di fare da tramite, così come Martin, fra il cinema sperimentale e il cinema popolare. In questo senso Luca sembra riuscire a convivere con le mostruosità dell’Industria molto meglio di Martin, riesce – almeno per ora – a restare con i problemi e le responsabilità che le sua posizione – scomoda – richiedono.

Certo Martin Eden non è un film che si “adatta” ai gusti del pubblico, ma che chiede piuttosto allo spettatore di adattarsi ai suoi ritmi, ai suoi salti improvvisi. Marcello è un autore contro il tempo, un russo nato a Caserta, i suoi film si collegano direttamente a quella tradizione cinematografica che da Vertov arriva a Sukurov. Il suo occhio e il suo cuore sono più vicini al cinema di poesia russo, il montaggio così diverso dei suoi film viene da lontano, da un mondo cinematografico completamente diverso dallo spettacolo americano, a cui i nostri occhi sono così abituati, è un cinema spiazzante, che forse mostra come sia possibile e necessario raccontare ancora e diversamente, un cinema che recuperi archeologicamente e poeticamente passati dimenticati ma ancora vivi, nelle immagini come nella forma. Martin Eden è anche un film che torna inevitabilmente a far sperare (“un veicolo di rinascita“) nella possibilità di un cinema diverso. Al di là degli slanci epigonici Martin Eden è un film che ci costringe a pensare, a farci domande. Un film vivo.