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4 espressioni inespressive di Bill Murray

Bill Murray ci rende felici. Guardarlo ci fa pensare che le cose, in un certo modo, possono andare bene. 

 

Il prossimo ottobre, durante il Festival del Cinema di Roma, Bill Murray riceverà il premio alla carriera. Consegnato dal suo amico e regista feticcio Wes Anderson. Forse uno dei pochi motivi che può farci supporre la presenza di Murray alla cerimonia.

Non tanto per il suo essere sfuggente di fronte ai riflettori; cosa che peraltro non è mai stato. Ne, tantomeno, per un certo fare provocatorio, che allo stesso modo non è nelle sue corde. Il dubbio, più che altro, è dato dalla totale imprevedibilità di Murray come personaggio. La pacatezza, quasi morbidezza (anche letterale, in quel volto paffuto), dei suoi personaggi svela il connubio apparentemente innaturale tra attore che interpreta personaggi nella norma e essere umano che vive una vita fuori dalla norma. 

È sufficiente ascoltare una delle interviste di George Clooney, suo grande amico, per comprenderne la cifra umana e comporamentale, la leggerezza sprezzante con cui vive la sua vita. In un modo così contraddittorio rispetto al ruolo di star che potrebbe avere, quasi da far impressione. Sensazione amplificata dalla certezza che nulla è vezzoso. Murray non ha un telefono personale, se lo si vuole contattare per lavori bisogna lasciare un messaggio con la proposta ad una segreteria. Si presenta a casa di amici per poi stabilirsi giorni, riempendo il salotto di cartoni per la pizza vuota.

O pensare ad un aneddoto molto indicativo: dopo il fallimento di un film a cui teneva molto, “Il filo del rasoio”, Bill rifiutò ruoli per 4 anni, e visse a Parigi passando il tempo a leggere. Solo nel 1988 accettò un nuovo ruolo, quello in “SOS fantasmi”. Quel film, “Il filo del rasoio”, però, venne visto da un ragazzino del Texas, che si innamorò della capacità di Murray di essere allo stesso tempo struggente e comico. Più di ogni altro attore mai visto. Unico nel suo genere. Il ragazzino si chiamava Wesley Mortimer Wales Anderson. Abbreviato in Wes.

Murray è una di quelle persone per cui viene naturale provare un affetto sincero, e per nulla ingiustificato. Vonnegut diceva che “i veri geni sono quelli che rendono felici le altre persone”. Murray è uno di questi, rende felice chi lo guarda. L’unico al mondo capace di usare la stessa espressione per ridere, per piangere, per comunicare gioia o tormento. La sua carriera di attore è emblematica di un personaggio enorme, capace di fagocitare anche i ruoli interpretati ed i cineasti con cui ha lavorato. Per definire una persona leggendaria, in inglese si usa un termine stupendo ed intraducibile (come potenza semantica): “Larger than life”. Bill Murray, è ancora qualcos’altro, è “Larger than role” o anche “Larger than charachter”.

Oltre tutte queste splendide cose, che di per se sarebbero sufficienti per giustificare un tardivo riconoscimento internazionale, c’è da sottolineare l’importanza di Murray nel dare eco ad un certo cinema indipendente (per dare una collocazione estetica, più che di produzione). Quello di Anderson, ma anche quello di Jarmusch, o Sofia Coppola, che hanno costruito la loro celebrità anche grazie alla scelta di determinati attori, primo tra tutti proprio Bill Murray.  La scelta di collaborare con alcuni di loro ha dato anche la possibilità a Bill Murray di entrare nella sua stagione – ad oggi ancora presente – di c.d. “recitazione per sottrazione”.

Fu Harold Ramis, il dott. Egon Spengler, e grandissimo amico di Murray nella vita reale, a spingerlo verso questa sperimentazione attoriale. Ramis è stato un gigante del cinema americano, a suo modo un rivoluzionario. La sua bravura nella scrittura di film semplici, lineari e solidi è stata spesso sottovalutata a causa della poca considerazione che un certo tipo di commedia sembra avere. Ma il suo apporto ad una narrazione che riesce ad essere ritmata e al tempo stesso paziente, è enorme.

Ramis sperimentò su se stesso la recitazione per sottrazione, convincendosi che per alcune tipologie di attori fosse la soluzione più interessante. Quella che meglio avrebbe reso lo spettatore coinvolto ed attento. Bill Murray iniziò progressivamente a sperimentarne la resa, sino ad arrivare alle pellicole di fine anni 90’ in cui la sua capacità di ridurre al minimo le espressioni del viso divenne quasi perfetta. Sembrerebbe un paradosso, ma è in realtà del tutto coerente con un genere di attore che riesce con piccoli ed impercettibili movimenti del volto – è sufficiente un sopracciglio leggermente più in alto, una palpebra più in basso, una smorfia della bocca – a comunicare lo stato emotivo. Riducendo all’osso la recitazione del volto – nonché quella del corpo, in moltissimi casi – si scommette tutto su dei momenti sottili, delle parentesi raffinate. Murray ha deciso di confinare lì il suo rapporto con il pubblico.

 

 

Bob – Lost in Translation

Dopo alcuni secondi in cui la camera indugia sul volto di Bob aka Bill, l’auto si ferma, e la sua apparente neutralità in volto mostra qualcosa. Verso il secondo 00:15, l’espressione accigliata viene rotta da un piccolo movimento del sopracciglio sinistro, come a mostrare sorpresa o voglia di scrutare. Dopo aver rincorso Charlotte aka Scarlett (in una folla dove spicca per altezza, evidentemente non casuale, per mostrare la sua espressione immobile anche in quelle scene), la guarda, e le sussurra qualcosa all’orecchio dopo averla abbracciata. Infine la bacia, e si ferma a guardarla per un istante, prima di dirle addio. La scena è straziante, dolce, intima. L’attimo in cui si volta per guardarla ancora una volta, con il labbro inferiore nascosto nella bocca e lo sguardo perso nel volto di lei, ci regala un momento di culto della recitazione per sottrazione.

 

 

 

 

Raleigh – I Tenenbaum

L’immobilismo dell’attore è in questa scena esasperato, fisicamente come in volto. Eppure non c’è un momento in cui non proviamo la sensazione di disagio, di tristezza che Raleigh aka Bill prova nel dover dire au revoir alla sua Margot. Sono i movimenti quasi impercettibili degli occhi verso i lati, quell’irrequietezza che non va oltre pochi spasmi. Ognuno di quei secondi andrebbe analizzato, dalle volte in cui Murray deglutisce a quando scuote leggermente il capo o chiude le palpebre. Fino al gesto rivoluzionario, quello di chiedere una sigaretta – “you don’t smoke”, “i know that” – che viene chiesta con il capo che si muove leggermente verso sua moglie. Seguito da gesto con le spalle, racchiudendo un’inevitabilità, un “deve andare così”.

 

 

 

Don – Broken Flowers

Nella pellicola del 2005 di Jarmusch, la sperimentazione attoriale di Murray è estrema. Rispetto ai film di Anderson, dove il parossismo scenografico quasi nasconde il ruolo grottesco delle recitazioni per sottrazione di molti attori, nelle pellicole fortemente indipendenti, con momenti di una lentezza unica, questa scelta di ridurre al minimo la recitazione viene ulteriormente evidenziata – ed in un certo senso l’andamento del film è a sua volta condizionato da questa tecnica. Don aka Bill è un ex donnaiolo, che viene lasciato da Sherry, la sua ultima compagna.

In questa scena l’espressione di Murray è praticamente imperturbabile; scruta e si interroga su come mai una persona si debba comportare in quel modo, come mai debba rompere un delicato equilibrio con quell’atteggiamento così esuberante. Il massimo che riesce a fare è un movimento invisibile con le braccia e con la bocca. Ma Don è evidentemente una persona triste, che è stata capace di disperdere l’affetto delle persone, di dimenticare per strada le occasioni. Ritrovandosi tutto ad un tratto anziano e solo. Nel suo sguardo apparentemente abulico ed indolente, c’è una profondissima riflessione, che lo porterà poi nel resto del film a compiere gesti tutt’altro che noncuranti.

 

 

 

Vincent – St. Vincent

Una ripresa a campo medio con camera ferma che mostra Vincent aka Bill mentre si nasconde da tutti per fumare, affogare una pianta morta ed ascoltare Shelter from the storm di Dylan.

La sottrazione qui è nascosta dal modo di cantare scomposto e stonato, ma notando bene oltre il movimento della bocca nell’atto di cantare c’è poco, pochissimo. Ma quello che vediamo è sufficiente. Vincent ha conquistato la sua piccola rivincita, pochi secondi prima. Si è visto riconoscere un ruolo dimenticato nel tempo, si è ricollocato in un contesto semi-familiare. Il suo è un riposo meritato e cercato – in tutte le scene che precedono non fa praticamente nulla, ma il suo ozio è macchiato dal disagio e dalla irrequietezza. Qui lo vediamo sereno, lo vediamo meno Don e più Bill Murray.

 

 

Il premio di Roma è più che meritato, non tanto per la carriera in se – comunque apprezzabile – ma per l’apporto che la sua figura di attore, e di persona che c’è dietro l’attore, ha fornito all’immaginario del cinema americano. Una leggerezza che non diventa mai superficialità.  La sua sembra in un certo senso una missione impossibile, quella di farci pensare che c’è da qualche parte Bill Murray con la sua espressione serena, felice di stare al mondo.

 

Co-fondatore de Lo Spaccone, scrive di cinema ed altre cose. Vive a Milano, nato a Napoli, con un po' di cuore a Liverpool.